La caduta di un membro dell'equipaggio in mare è l'evento più tragico che possa capitare a bordo di una barca. La prima regola, quindi, è quella di fare il possibile per evitare di cadere; quindi occorre saper misurare i rischi di caduta e disporre del materiale adatto.

Ogni membro dell'equipaggio deve essere legato fisicamente alla barca tramite un proprio imbrago. In caso di caduta in mare l'equipaggio deve fare il possibile per mantenere un contatto visivo col naufrago. L'equipaggio deve anche conoscere le cure da prestare al sopravvissuto, una volta recuperato a bordo.

Prevenire la caduta di un uomo fuori bordo

L'equipaggiaento della barca. Una barca sicura dispone a sufficienza di tientibene, di antisdrucciolo sulle superfici scivolose, di poggiapiedi, di reti tra le draglie a prua, di appigli nel pozzetto, di life line in tessuto (che non scivola sotto i piedi). Le drizze rimandate nel pozzetto limitano gli spostamenti sul ponte. Il pulpito di piede d'albero migliora la sicurezza durante le manovre.

L'attrezzatura dell'equipaggio. Le scarpe antisdrucciolo, l'imbrago (o cintura di sicrezza) e il giubbotto salvagente (meglio se autogonfiabile) sono di rigore e, in condizioni particolari occorre dotarsi di mezzi di segnalazione sonori, luminosi e radioelettrici. Il metodo di segnalazione sonora più semplice è il fischietto del salvagente. Sono disponibii almeno una quindicina di tipi di segnalatori luminosi individuali, dalla lampada stroboscopica al bastoncino luminescente, passando per tutte le varietà di lampade tascabili. Le luci stroboscopiche hanno il vantaggio di illuminare in tutte le direzioni, evitando di mirare per attirare l'attenzione. Però la loro luce è debole sulle grandi distanze. Con le torce bisogna orientare il fascio di luce in modo che risulti visibile da più lontano possibile.
Inoltre, la barca può essere equipaggiata con un sistema di localizzazione radiogoniometrico. A bordo, un recettore capta il segnale emesso dalle boe individuali di ogni marinaio, che si attivano automaticamente al contatto con l'acqua, provocando anche un allarme sonoro. Si ritorna verso l'uomo a mare praticamente autoguidati (homing).

Il comportamento dell'uomo in mare

Dotato di un giubbotto salvagente autogonfiabile, chi cade in mare nell'acqua fredda non deve nuotare. Si deve invece mettere in posizione fetale, detta anche HELP (heat escape lessening posture), con la schiena rivolta alle onde. Quando una persona è immersa nell'acqua fredda, la pelle si raffredda velocemente, il sangue abbandona le parti superficiali del corpo per dirigersi verso i centri vitali (cuore e polmoni) e mantenerli a temperatura normale (fenomeno di vasocostrizione).

temperature sopravvivenza

Quando nuotiamo per dieci,quindici minuti nell'acqua fredda, la temperatura del cuore e del cervello diminuisce, si perde l'uso delle braccia e delle gambe, mentre la coscienza si "annebbia". Bisogna quindi muoversi il meno possibile per evitare di attivare la circolazione sanguigna nei tessuti superficiali, cosa che raffredderebbe il sangue e la temperatura interna. Tenere indosso i vestiti: anche pieni d'acqua, perché attenuano la dispersione di calore.

Proteggersi

Certamente in solitario, ma anche con equipaggio poco esperto, se il capobarca cade in acqua è praticamente condannato. Quindi non è solo per dare il buon esempio, ma anche per la sua sicurezza, che egli indossa il salvagente e l'imbrago di sicurezza, invitando l'equipaggio a fare lo stesso. "Se cadessi in acqua adesso, portando queste vele, con questo tempo e a questa andatura, l'equipaggio sarebbe capace di recuperarmi?". Se la risposta a questa domanda lascia anche il minimo dubbio, il capobarca si assicura alla life line. Sicuramente è il più competente a bordo, cosa che lo metterebbe in pericolo se l'equipaggio fosse privato della sua presenza. Il suo dovere è inoltre, specialmente in certe condizioni critiche, di esigere che l'equipaggio si assicuri alle draglie di sicurezza.

Salvagente e imbrago devono comunque essere indossati di notte, sotto spi, al primo terzarolo, e per andare a fare pipì. Di notte è impossibile pensare di ritrovare una persona caduta in mare, se non è munita di lampada individuale, e anche se ne possiede una, risulta comunque molto difficile. Se abbiamo preso una mano di terzaroli, vuol dire che le condizioni sono impegnative, ed appena ci alziamo in piedi sul ponte il pericolo è in agguato. La regola di indossare l'attrezzatura di sicurezza di notte è saggia, ma è ancora più saggio indossarla sempre, appena usciti all'esterno dal boccaporto del pozzetto.

Il primo soccorso

Il marinaio caduto in mare è stato recuperato ed è di nuovo a bordo: è stato issato dolcemente in posizione orizzontale per diminuire i rischi di collasso in un soggetto in ipotermia.
A questo punto il sopravvissuto corre due rischi: ipotermia ed annegamento parziale.
Nei casi più gravi, una persona immersa in acque fredde può essere recuperata in stato di incoscienza, con battito cardiaco rallentato e impercettibile, le pupille dilatate, bulbi oculari rovesciati, in stato di morte apparente.

L'ipotermia

A parità di temperatura, l'acqua raffredda il corpo 25-30 volte più velocemente dell'aria. Quindi è importante rilevare la temperatura corporea del naufrago per valutare il grado di ipotermia. Essa va misurata con un termometro, se c'è a bordo, altrimenti va valutata tramite i segni clinici di seguito descritti.
Fra i 37°C (temperatura normale del corpo) e i 35° non si parla di ipotermia vera e propria. Il sopravvissuto è affaticato, infreddolito, con indolenzimento muscolare; il cuore accelera, la respirazione si fa più rapida; insorgono brividi e tremori (reazione fisiologica che riscalda la massa sanguigna), talvolta in modo violento, ma sempre controllabile; le capacità motorie complesse (per esempio fare un nodo) sono limitate, ma la motricità, la parola e la comprensione sono normali. Però la persona si rifugia in se stessa, riimane seduta immobile, diminuisce la volontà di sopravvivere.

Sotto i 35°C si parla di ipotermia, ma una temperatura inferiore ai 33°C minaccia seriamente le funzioni vitali.
1) Ipotermia moderata senza rischio vitale (34-35°C). La pelle appare pallida (arti e testa). Il fenomeno della vasocostrizione protegge gli organi vitali (cuore, cervello) dal raffreddamento. Il naufrago ha la pelle d'oca, è scosso da brividi incontrollabili, i muscoli sono rigidi e doloranti, la deambulazione è difficile e incerta (come quella di una persona in stato di ebbrezza). Il ritmo cardiaco rallenta, la respirazione resta rapida, la parola risulta laboriosa e la riflessione alterata.
2) Ipotermia a rischio vitale (sotto i 33°C). La coscienza è alterata (sonnolenza, confusione), la pelle presenta dappertutto un aspetto cadaverico, il ritmo cardiaco rallenta e può diventare irregolare. I brividi, intorno ai 32°C, spariscono. Sotto tale valore siamo in presenza di ipotermia grave, con rigidità muscolare e possibile perdita di conoscenza (coma vagale). Sotto i 30°C il rischio vitale è altissimo. Più il corpo è freddo, meno consuma ossigeno: la pelle risulta diffusamente bluastra o violacea (cianosi). Il naufrago è impotente, non reagisce al dolore, presenta aritmia cardiaca e stato comatoso. Improvvisamente, va in arresto respiratorio e poi cardiaco.

 Annegamento e annegamento parziale

L'annegamento è la morte per asfissia in seguito a immersione nell'acqua. Si ha annegamento parziale quando la vittima è sopravvissuta, almeno temporaneamente, alla asfissia dovuta all'immersione.
L'immersione brusca provoca ciò che viene detto "il riflesso del tuffatore", dovuto alla grande differenza di temperatura. Si producono alcune alterazioni fisiologiche nei meccanismi di protezione dell'organismo: ridistribuzione del volume sanguigno dall'esterno verso l'interno, rallentamento del ritmo cardiaco, contrazione della milza, diminuzione del metabolismo. L'ipotermia sopraggiunge quasi sempre, in caso di annegamento, anche parziale.

L'annegamento. E' la morte per asfissia dovuta a immersione. Nel giro di cinque o sei minuti si alternano quattro stadi. All'inizio alcune gocce di acqua salata penetrano nei polmoni e provocano uno spasmo della laringe che dura due o tre minuti. Una volta su sei, lo spasmo persiste fino all'asfissia, e in questo caso si parla di annegamento a polmoni asciutti. Poi alcuni movimenti di deglutizione riempiono lo stomaco di una grande quantità di acqua di mare. In seguito lo spasmo sparisce e l'acqua, trascinata dall'automatismo respiratorio, invade massicciamente i polmoni. Infine il corpo, in preda alle convulsioni, provoca l'apnea definitiva, seguita, due o tre minuti più tardi, dall'arresto cardiaco.
L'annegamento parziale. La gravità dipende da due elementi: la quantità d'acqua ingerita (sistema digestivo) e soprattutto la quantità d'acqua inalata (sistema respiratorio). L'acqua inalata in piccola quantità (100 g) provoca un cattivo funzionamento degli alveoli polmonari, rendendoli inefficaci. L'acqua ingurgitata in abbondanza (da 2 a 5 litri) provoca diarrea e perturbazione della composizione sanguigna. Il rischio di rigurgito e d'inalazione è elevato durante le operazioni di primo soccorso.

Operazioni di primo soccorso

Ipotermia moderata. Portare la vittima all'interno della barca, al riparo dal vento, chiudendo l'entrata con i pannelli. Tagliare gli indumenti per liberare ed asciugare il corpo, tamponandolo (senza sfregare) con un asciugamano possibilmente caldo. Prevenire le ulteriori perdite di calore asciugando e coprendo la testa e il collo del naufrago. Aggiungere fonti di calore esterne, sistemate con cura per non scaldare solo il sangue: una volta che il corpo della vittima è stato riscaldato, avvolgerlo in una coperta termica con borse di acqua calda sistemate nei distretti corporei attraversati dalle arterie: collo, inguine, giunzione cosce-tronco. Con borse di acqua tiepida nelle zone di maggiore dispersione calorica, sotto la nuca e lungo i fianchi. Cambiare sovente le borse termiche. Lasciar scaldare la vittima. Poi disporla sopra un sacco a pelo e coprirla con delle coperte. Sollevare i piedi e controllare il polso e la respirazione, sorvegliando lo stato di coscienza durante il riscaldamento.
Quando il naufrago riesce a reggersi in piedi, somministrare una bevanda calda e zuccherata, ma non bollente, evitando tè e caffè.

- Ipotermia grave. Allertare immediatamente il Centro Internazionale Radio Medico (CIRM) e chiedere consiglio. In presenza di ipotermia grave, alcuni interventi sono pericolosi. La rianimazione cardiopolmonare va iniziata solo dietro parere medico. Schematicaente distinguiamo due casi in funzione del tempo di attesa del soccorso:
1) Tempo di attesa inferiore alle 4-6 ore. Non si deve tentare di riscaldare una persona in ipotermia grave prima del trasporto. L'aumento della temperatura corporea della vittima è un intervento riservato ai medici del pronto soccorso, che operano in un servizio di rianimazione dotato di strumenti terapeutici appropriati, presenti nelle infermerie delle unità della Marina e della Guardia Costiera che incrociano in alto mare.
- Limitare allo stretto necessario le manipolazioni della vittima, per evitare di provocare una fibrillazione ventricolare. Vietati i massaggi e le frizioni. Non praticare il massaggio cardiaco se non si è assolutamente certi che il cuore si sia fermato.
Agire con estrema cautela per issare il naufrago a bordo e trasportarlo all'interno della barca, all'asciutto e al caldo. La vittima di una ipotermia grave ha il cuore estremamente fragile. Un urto, una caduta o una manipolazione scorretta possono indurre il cuore in fibrillazione, quindi uccidere la vittima. Per la stessa ragione non bisogna nè sollevare nè muovere il corpo reggendolo dagli arti, ma tenerlo orizzontale, soprattutto durante l'issata a bordo.
- Evitare ulteriori dispersioni di calore. Isolare la vittima dal suolo, distendendola su un materasso senza svestirla. Proteggerla con un sacco a pelo, una coperta o, meglio, con sacchetti di plastica, oppure coprirla con una coperta termica (lato oro verso l'esterno: lascia passare il calore; l'altro lato color argento lo riflette). Non tentare nulla per riattivare la circolazione periferica (soprattutto non togliere i pantaloni bagnati). Rispettare l'asse testa-collo e, se necessario, liberare le vie aeree superiori (naso, bocca).
2) Tempo di attesa superiore a 6 ore. In questo caso, e solo in questo caso, occorre riscaldare la vittima, avvalendosi dei consigli dei medici del pronto soccorso del CIRM. La procedura è la stessa già descritta per l'ipotermia moderata. Il processo richiederà 12-36 ore.